SABATO 9 NOVEMBRE, ORE 19:00 VANESSA ROGHI, GLI ANNI 70, DON MILANI E LE PICCOLE CITTÀ

Vanessa Roghi è una storica del tempo presente ed una ricercatrice indipendente interessata alla storia della cultura: ha scritto di donne e preti, di Manzoni e Le Monnier, di diritto degli autori e della fatica di guadagnarsi da vivere con la scrittura, ma il suo amore più grande è la storia della scuola.
I suoi ultimi saggi sono “La lettera sovversiva” e “Piccola città” entrambi pubblicati da Editori Laterza: il primo racconta di Don Milani e del potere sovversivo della sua ‘Lettera a una professoressa’, l’altro di una piccola città di provincia negli anni ‘70 ed insieme di tutte le piccole città italiane.

Vanessa Roghi ha insegnato per anni alla Sapienza ma poi ha smesso. Fa documentari di storia per Rai3.
Ha due figlie che si chiamano Alice e Anita. Pensava che dopo Nick Drake e Fabrizio De Andrè la musica avesse poco da dire poi meno male sono arrivati i Radiohead.

Il suo ultimo libro, ‘Piccola città’, lei lo presenta così:

negli anni Settanta, per me bambina, le Cose che Esistono erano il Femminismo, la Politica, il Mondo e la Città. «Linus», in bagno, da leggere. Mentre ancora non ci sono i cartoni animati giapponesi e soprattutto ancora non c’è l’Eroina che cambierà di lì a poco il Mondo, il Femminismo e la Politica. Ma soprattutto la Città……

Quando ero bambina, su un muro in casa di mio padre c’era un disegno. Raffigurava degli struzzi di profilo, al tramonto. Le loro sagome emergevano da una scritta che io imparavo a memoria pur non comprendendola: «La piccola città non aveva mai scherzato con i suoi abitanti, così come non scherzerà mai. E le ore racchiudevano il magico contenuto della noia, della incapacità».
La piccola città era Grosseto e gli struzzi i suoi abitanti.
Così pensavo allora. O forse no. Forse gli struzzi erano mio padre e i suoi amici che avevano scritto e disegnato su quel muro. L’incapacità era la loro. E la sabbia era l’eroina. Ma ero bambina, non sapevo niente dell’incapacità, dell’eroina e preferivo pensare che gli struzzi fossero gli altri, non mio padre.
Certo, che la piccola città fosse Grosseto non c’era alcun dubbio.
Grosseto, al centro della Maremma, alla periferia del Mondo: Kansas City, come l’aveva definita Luciano Bianciardi, ma allora non sapevo nemmeno questo.
Questa è dunque la storia della piccola città, dei suoi struzzi e di una bambina.
Ma è anche la storia di tante piccole città, trasformate dal boom economico, devastate dall’eroina, di struzzi che hanno lasciato che il tempo scorresse finché tutte le bambine sono diventate donne e i bambini uomini, e che ancora, con alcuni aspetti della loro storia non hanno mai fatto i conti.
Io, per quanto mi riguarda, provo a farli così.

Di ‘Lettera sovversiva’ invece si dice:

Cinquant’anni fa la pubblicazione di un piccolo libro fu la scintilla di una rivoluzione. Era ‘Lettera a una professoressa’ che innescò una battaglia per la trasformazione della cultura da strumento di oppressione a elemento indispensabile per l’evoluzione democratica e civile del nostro Paese. Una battaglia portata avanti con tenacia e caparbietà da don Lorenzo Milani e dai tanti che incontrò sulla sua strada, primi fra tutti Tullio De Mauro, Mario Lodi e Alex Langer.
È il maggio 1967 quando esce, per una piccola casa editrice fiorentina, ‘Lettera a una professoressa’.
L’hanno scritto don Lorenzo Milani e gli alunni della scuola di Barbiana, una canonica del Mugello a pochi chilometri da Firenze. Il libro viene subito accolto dai linguisti come un manuale di pedagogia democratica, dai professori come un prontuario per una scuola alternativa, dagli studenti come il libretto rosso per la rivoluzione.
‘Lettera a una professoressa’ è stato un autentico livre de chevet di una generazione, vademecum di ogni insegnante democratico per lunghi, lunghissimi anni. Visto, ancora oggi, come anello centrale se non vero e proprio punto di partenza di ogni riflessione sulla necessità di riformare la scuola. Ma anche come inizio della crisi della scuola. Un libro-manifesto, suo malgrado.
Ma com’è stato possibile che l’esperimento pedagogico di una scuoletta di montagna e la pubblicazione di poche pagine siano diventati la scintilla di una rivoluzione? Perché ancora oggi questa Lettera mobilita il ricordo, innesca passioni, divide e fa litigare? Perché si è fissato nella memoria collettiva come un punto di passaggio epocale non solo quando si parla di scuola ma anche di giovani, generazioni, movimenti?